COVID-19 e salute mentale: un anno dopo

E’ passato un anno dall’esordio della pandemia di Covid-19: la notizia dei primi casi a Wuhan a dicembre 2019 ha segnato un “prima” e un “dopo” nelle abitudini di ognuno di noi. Un “dopo” fatto di effetti catastrofici al sistema sanitario, all’economia, al mondo del lavoro. Tuttavia, a mio parere si parla ancora troppo poco delle gravi conseguenze che il virus ha provocato in un ambito che riguarda tutti, e nonostante ciò messo spesso da parte: la salute mentale. Parallelamente al Covid-19 si sta diffondendo un altro tipo di “virus”, non identificabile con un tampone e talvolta non visibile a occhio nudo, il “virus invisibile” dei disturbi mentali e tanti altri correlati psicologici disfunzionali causati (o intensificati) dalla pandemia.

L’opinione pubblica e i giornali hanno spesso sorvolato sulla compromissione del benessere psicologico avvenuta nel 2020. Questo tema invece è attualmente ritenuto centrale dalla comunità scientifica. Mi è bastato digitare “Covid-19 e salute mentale” nella barra di ricerca della banca dati “Psychinfo” per trovare 1951 risultati. 1951 articoli, studi, reviews analizzano l’associazione tra danni psicologici e Coronavirus (e questo solo su Psychinfo). Tra questi 1951, ho selezionato alcuni studi che cercherò di riassumere al meglio nei prossimi paragrafi, allo scopo di dimostrare l’urgenza di interessarsi e intervenire sulla salute mentale, specialmente durante questi mesi di pandemia.

Covid-19 phobia: il virus ha creato una nuova fobia specifica

Durante la pandemia, la comunità scientifica ha osservato la nascita di una nuova fobia specifica, la “fobia da Covid-19” (CP19), caratterizzata principalmente dall’eccessivo timore di aver contratto il Coronavirus. Il paziente è ipocondriaco e ritiene di essere stato contagiato anche quando non presenta i sintomi associati alla diagnosi.

I fattori più comuni che determinano questo pattern di comportamento sono la solitudine dovuta all’isolamento sociale, l’incertezza sulla disponibilità del vaccino e l’apprensione riguardo al futuro. Le possibili conseguenze di questa nuova fobia sono: evitamento (il paziente arriva a non uscire più di casa e non incontrare nessuno), comportamento compulsivo, perdita di abilità sociali, stress acuto, attacchi di panico, ansia, disturbo da stress post-traumatico, problemi legati al sonno, perdita di concentrazione e nei casi più gravi il paziente potrebbe presentare un esordio di schizofrenia negli anni a venire.

La CP19 ha una prevalenza anche tra i bambini. I più piccoli infatti potrebbero sviluppare questo tipo di fobia e attacchi di panico a causa della mancanza di informazioni o dall’acquisizione di notizie errate. Tra le popolazioni più vulnerabili alla fobia da Covid-19 troviamo pazienti con disturbi mentali pre-esistenti e il personale sanitario. I medici e gli infermieri mostrano punteggi maggiori in scale volte a valutare la paura, l’ansia e la depressione rispetto a chi non svolge una professione di tipo clinico.

Covid-19 phobia e resilienza tra le diverse nazioni

Lo studio Lindingern-Sternart (2021) ha l’obiettivo di valutare l’associazione tra il grado di resilienza e CP19. La resilienza è la capacità di far fronte a esperienze percepite dal soggetto come difficili. Alti livelli di resilienza sono associati a uno stato di benessere fisico e psicologico e a una propensione a essere ottimisti. In questo studio si analizza come la resilienza influisca su fattori psicologici, psicosomatici, economici e sociali legati alla fobia da Covid-19 nelle diverse nazioni, tra cui India, Pakistan, Indonesia, Stati Uniti e alcuni Paesi europei. I ricercatori hanno reclutato 812 partecipanti e hanno chiesto a ognuno di compilare tre questionari autosomministrati:

• un questionario relativo alle informazioni demografiche generali (età, provenienza, sesso, grado d’istruzione…)

Covid-19 Phobia Scale (CP19-S): per indagare quanto il partecipante ha paura del Coronavirus e le possibili conseguenze comportamentali legate alla fobia. Il partecipante deve indicare il proprio grado di accordo con gli items proposti usando una scala da 1 (fortemente in disaccordo) a 5 (fortemente d’accordo)

Brief Resilience Scale (BRS): per valutare il grado di resilienza

I risultati dello studio mostrano una correlazione negativa significativa tra resilienza e CP19 in tutti i quattro fattori analizzati. Minore è la resilienza del partecipante, maggiore è la gravità di fobia da Covid-19. Inoltre i ricercatori hanno rilevato diversi livelli di resilienza nei cinque Paesi in cui è stato condotto l’esperimento. Gli Stati Uniti hanno ottenuto i punteggi più elevati, seguiti dalle nazioni europee, Pakistan, India e Indonesia. Infine i ricercatori hanno dimostrato un’associazione tra il livello di resilienza e le seguenti variabili: età, grado d’istruzione, status professionale e stato civile. I risultati di questo studio suggeriscono di implementare terapie e tecniche focalizzate sull’aumento di resilienza dei pazienti per contrastare la paura da Covid-19.

Quarantena e benessere psicologico

Gli studi che hanno indagato gli effetti di un periodo di quarantena sul benessere psicologico sono ancora troppo pochi e danno risultati imprecisi. La mancanza di dati è dovuta al fatto che un isolamento sociale così massivo e restrittivo a livello globale è (fortunatamente) una pratica inusuale. Tuttavia i risultati disponibili mostrano che periodi di quarantena sono responsabili di un aumento dello stress e della possibile insorgenza di disturbi mentali.

Nello studio di Laslo Roth e colleghi (2021) condotto in Israele, i ricercatori hanno identificato tre fattori che potrebbero influenzare in maniera positiva o negativa il benessere psicologico durante la quarantena:

• uso di internet: durante il Covid-19 è stato osservato un generale aumento dell’uso di internet per far fronte a eventi stressanti. Ciò può portare outcome positivi come la ricerca di informazioni utili per la risoluzione di un problema o ricevere supporto da utenti che stanno affrontando le nostre stesse esperienze stressanti. Tuttavia un eccessivo uso di internet può provocare un deterioramento fisico e mentale e la sensazione soggettiva di solitudine.

• speranza: è un costrutto che riflette la motivazione nel perseguimento degli obiettivi e nel percepirli come raggiungibili. Chi ha maggiori livelli di speranza sembra essere più orientato sul futuro e capace di identificare gli obiettivi e pianificare step per raggiungerli. Inoltre questo tratto è associato alla capacità di far fronte a eventi difficili e a una riduzione dei livelli di stress.

• solitudine: fattore fortemente associato a una compromissione del benessere fisico, cognitivo ed emotivo.

Internet: alleato o nemico durante la quarantena?

I ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in due gruppi. Il primo gruppo era formato da 50 soggetti sottoposti a quarantena prima o durante lo studio (non necessariamente i partecipanti erano positivi al Covid-19). Il secondo gruppo invece era composto da 250 soggetti che non erano mai stati in quarantena. I partecipanti hanno compilato quattro questionari online:

  • Brief Symptom Inventory (BSI): per la valutazione dello stress, gli items sono suddivisi in tre sottoscale (sintomi d’ansia, sintomi depressivi, somatizzazione)
  • Internet focused coping scale: per indagare l’uso di internet per contrastare lo stress durante la pandemia
  • State Hope Scale: per valutare il costrutto “speranza” nel partecipante
  • Loneliness Scale: misura la sensazione di solitudine percepita a livello sia sociale sia emotivo

I risultati mostrano che chi ha dovuto affrontare la quarantena ha usato internet più frequentemente rispetto al gruppo di controllo, specialmente come mezzo per far fronte a situazioni stressanti. Tuttavia, in questo studio l’uso di internet non si è rivelata una strategia vincente per diminuire lo stress, anzi ha causato l’effetto opposto nei partecipanti. Diversi esperimenti hanno prodotto evidenze contrastanti riguardo l’uso di internet durante la quarantena. In alcuni studi internet si è rivelato un mezzo per aumentare le connessioni sociali durante l’isolamento e ottenere supporto anche a distanza. Invece altre ricerche (come questa) dimostrano che internet aumenta il livello di solitudine percepita da chi si trova in quarantena. Secondo i ricercatori, è possibile creare dei legami attraverso uno schermo, ma i rapporti che si instaurano restano su un piano superficiale.

Infine Laslo-Roth e colleghi hanno trovato una correlazione negativa tra i punteggi nel costrutto “speranza” e lo stress. Una maggior capacità di produrre pensieri positivi e orientati all’obiettivo favoriscono una diminuzione dei sintomi di stress.

Covid-19 e sonno: gli effetti del lockdown sull’attività onirica

Alcuni autori concordano nel classificare la pandemia di Covid-19 come un evento traumatico che, in quanto tale, può provocare una compromissione del ciclo sonno-veglia e dell’attività onirica. In un’intervista condotta negli Stati Uniti la maggior parte dei partecipanti dichiara di aver avuto più incubi, alcuni con contenuti legati alla pandemia (Schredl, M., & Bulkeley, K. 2020, Dreaming and the COVID‐19 pandemic: A survey in a US sample). Questo potrebbe provocare esperienze d’ansia durante la veglia.

In Italia, Iorio e colleghi (2020) hanno somministrato un questionario per indagare i sogni più recenti nei partecipanti. I risultati mostrano che gli incubi sono prevalenti nel sesso femminile e che le donne provano più emozioni negative intense durante i sogni rispetto agli uomini. Inoltre il questionario rivela che chi ha subìto il lutto di una persona cara deceduta per Coronavirus ha impressioni sensoriali più vivide ed emozioni più intense durante l’esperienza onirica.

Lo studio Scarpelli e colleghi (2021) ha analizzato possibili cambiamenti nell’attività onirica nella popolazione italiana durante la pandemia. I partecipanti reclutati sono 5988, i requisiti per prendere parte allo studio erano vivere in Italia ed essere maggiorenne. Ognuno ha dovuto compilare un questionario online della durata di circa 30 minuti, disponibile dal 10 marzo al 4 maggio (date che coincidevano più o meno con l’inizio e la fine del lockdown imposto dal Governo). L’intervista autosomministrata era composta da quattro sottoscale:

  • Informazioni sociodemografiche: età, genere, stato civile, professione, grado d’istruzione, se il partecipante continua a lavorare durante il lockdown, amici/parenti positivi al virus…
  • Depression Anxiety Stress Scale (DASS-21) in cui i partecipanti indicano la frequenza di sintomi depressivi, ansiosi, stressanti
  • Medical Outcome Study-Sleep Scale (MOSS-SS) per valutare la qualità e il numero di ore di sonno
  • Mannheim Dream Questionnaire (MADRE) indaga l’attività onirica e la frequenza di incubi

Incubi, ipersonnia e stress: il sonno durante la primavera 2020

Durante il lockdown della scorsa primavera molti italiani hanno riportato un aumento dell’attività onirica, testimoniata da una maggior rievocazione di sogni al risveglio. In questo studio i ricercatori hanno rilevato una correlazione positiva tra sintomi depressivi e ansiosi e incubi. L’ansia accumulata durante la veglia, incrementata dalla paura di un nuovo virus e l’incertezza riguardo il vaccino, provoca una produzione maggiore di contenuti spiacevoli durante la notte.

Inoltre i partecipanti con amici/parenti contagiati o deceduti per Coronavirus hanno un livello di stress maggiore, che si riflette nei temi dei loro sogni. Un’esperienza simile è stata rilevata in chi ha subìto cambiamenti drastici nelle abitudini (sia nel sonno sia di vita quotidiana, es. smettere di lavorare): questi soggetti infatti provano emozioni più intense mentre sognano.

Scarpelli e i suoi colleghi hanno indagato non solo la qualità, ma anche la quantità di sonno e i cambiamenti nel ciclo sonno-veglia registrati durante il lockdown dell’anno scorso. I risultati mostrano un aumento delle ore di sonno e di ore spese a letto. Questi due fattori si riflettono in una diminuzione della qualità del sonno, costellato da risvegli improvvisi durante la notte e una riduzione del sonno a onde lente (il pattern di sonno più profondo e ristoratore).

Fonti

• Per il paragrafo covid-19 phobia: il virus ha creato una nuova fobia specifica: LINDINGER, S. S. et al. Covid‐19 phobia across the world: Impact of resilience on covid‐19 phobia in different nations. Counselling & Psychotherapy Research, [s. l.], 2021. DOI 10.1002/capr.12387

• Per il paragrafo quarantena e benessere psicologico: LASLO-ROTH, R.; GEORGE-LEVI, S.; MARGALIT, M. Hope during the covid-19 outbreak: Coping with the psychological impact of quarantine. Counselling Psychology Quarterly, [s. l.], 2021. DOI 10.1080/09515070.2021.1881762

• Per il paragrafo covid-19 e sonno: gli effetti del lockdown sull’attività onirica: SCARPELLI, S. et al. Pandemic nightmares: Effects on dream activity of the covid‐19 lockdown in italy. Journal of Sleep Research, [s. l.], 2021. DOI 10.1111/jsr.13300

Un pensiero su “COVID-19 e salute mentale: un anno dopo

  • 17 Marzo 2021 in 11:51
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    Davvero molto interessante!

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